|
Quando
un manager viene licenziato, questa parola non verrà mai usata; bensì
sostituita parlando di dimissioni, outplacement, mobilità.
Il risultato purtroppo non cambia e viene vissuto, dall’executive
“silurato”, come un fallimento su tutta la linea sia professionale sia
personale.
Abituato ad una carriera in salita, selezionato per incarichi sempre più
importanti e gratificato da sostanziosi stipendi e lauti benefit, il
manager dai “nervi d’acciaio”, si accorge della sua fragilità e di
quanto gran parte delle sue certezze, venga improvvisamente meno.
Da un momento all’altro un mostro di produttività, diventa un
“esubero” da smaltire in fretta (magari via fax); in balia di una
crisi del settore o di una ristrutturazione o del cambio di proprietà.
E per pochi eletti che vengono eliminati con liquidazioni miliardarie,
molte migliaia di teste, invece, sono state tagliate senza pietà.
Naturalmente tutti o quasi uomini, poiché le donne coprono solo il 9%
delle posizioni dirigenziali.
L’età critica è verso i 50 anni: fieri del raggiungimento di uno
“status symbol” e di un posto al sole che avevano faticosamente
conquistato, si ritrovano improvvisamente a dover fare i conti;
l’agiatezza che gli permetteva di finanziare il secondo mutuo per la
casa di vacanza, le ferie in Sardegna o a St. Moritz, lo stage
all’estero per i figli, non ci sarà più.
Pochi hanno il coraggio di telefonare alla moglie, dopo aver ricevuto la
fatidica lettera, e informarla di essere stati licenziati.
E’ una rara eccezione che conferma la regola: quella del silenzio.
E’ difficile, abituati a sentirsi indispensabili all’azienda, trovarsi
d’un tratto inutili.
Questo colpo viene considerato da molti ingiusto, e difficilmente
assimilato perché va a frantumare un ego costruito in anni di lavoro sul
concetto d’autostima, professionalità e insostituibilità.
Per quelli che hanno fatto della professione il loro principale scopo di
vita allontanandosi, se pur involontariamente, dalla famiglia e dagli
amici, lo “smacco” diviene motivo di vergogna inenarrabile e subentra
un pericoloso senso autodistruttivo che li allontana ancora di più dalla
realtà.
C’è chi s’inventa una doppia vita, nascondendo ai famigliari il
dramma, chi taglia i ponti con il mondo del lavoro e si dedica a hobby mai
prima d’allora coltivati: bricolage o coltivazioni di rose antiche ecc..
Secondo studi dell’Istituto dirigenti, un manager c’impiega circa tre
anni a ricollocarsi; un periodo che viene spesso vissuto tra ansie,
insonnia e gastrite.
C’è
anche però chi non somatizza troppo e trova la forza di reagire:
lavorando come consulente o temporary manager, oppure rivolgendosi ad
agenzie d’outplacement e sfruttando il periodo di forzato riposo, per
costruirsi una nuova strategia per riproporsi in modo vincente sul
mercato. |